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	<title>Io Editore &#187; lo scaffale di Nonno Santi</title>
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		<title>Un bikini di nome Ursula</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2016 13:03:34 +0000</pubDate>
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<p><em>Lo scaffale di nonno Santi</em></p>
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<p>007 Licenza di uccidere - il dottor No, Ian Fleming, Garzanti 1967, 216 pagine.</p>
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<p>Quest’anno il bikini fa 70 (è nato il 5 luglio 1946) e per tutta l’estate Raitre manda in onda i film di 007, che del bikini hanno sempre fatto buon uso. La coincidenza mi ha indotto a rileggere “007 Licenza di uccidere - il dottor No”, il romanzo di Ian Fleming da cui fu tratto, nel 1962, il primo film della serie. Ho scelto......</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>007 Licenza di uccidere &#8211; il dottor No, <!--StartFragment-->Ian Fleming, <!--EndFragment-->Garzanti 1967, 216 pagine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quest’anno il bikini fa 70 (è nato il 5 luglio 1946) e per tutta l’estate Raitre manda in onda i film di 007, che del bikini hanno sempre fatto buon uso. La coincidenza mi ha indotto a rileggere “007 Licenza di uccidere &#8211; il dottor No”, il romanzo di Ian Fleming da cui fu tratto, nel 1962, il primo film della serie. Ho scelto l’edizione Garzanti 1967, per la copertina: vi si affaccia Ursula Andress, la madre di tutti i bikini, nella parte di Honey Ryder. La sua uscita dall’acqua, in costume bianco, cinturone e pugnale da sub, è ormai leggenda. Ed è anche un pudico falso.</p>
<p>Ecco quello che James Bond vedeva davvero, nel romanzo. Una scena che oggi, con le esposizioni ossessive e totali a cui siamo abituati, non fa né caldo né freddo, ma che allora “fece perdere un colpo al cuore” dell’agente segreto.</p>
<p>“Davanti a lui, volgendogli le spalle, era una ragazza nuda. Meglio,</p>
<p>non completamente nuda. Attorno ai fianchi portava un alto cinturone di cuoio con un fodero in cui era infilato un coltellaccio. Quel cinturone rendeva la sua nudità ancor più eccitante.</p>
<p>Aveva un corpo splendido. La pelle abbronzata, con la leggera</p>
<p>lucentezza della seta selvaggia. La morbida curva della spina</p>
<p>dorsale, particolarmente accentuata, rivelava muscoli più saldi della</p>
<p>norma femminile. I capelli erano biondo cenere, lunghi fino alle spalle, sciolti, e ricadevano sulla guancia in grosse ciocche bagnate.</p>
<p>Quella scena, la spiaggia deserta, il mare verdeazzurro, la</p>
<p>ragazza nuda dai capelli biondi, ricordava qualcosa a Bond. Si sforzò</p>
<p>di rammentare. Ma certo, la Venere del Botticelli vista da dietro”.</p>
<p>Vanno anche di moda i remake: auspico che, Honey Ryder dovesse mai tornare, si presenti vestita della sua sola pelle, come Ian Fleming comanda. Nel frattempo caldeggio la rilettura di tutti i romanzi (sono dodici): James Bond regge bene il confronto con le nuove leve del thriller.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Dizionario Flobert: diffidare delle imitazioni</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Mar 2016 14:53:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di nonno Santi</em></p>
<p><strong>Dizionario dei luoghi comuni</strong>, Gustave Flaubert,  Bur 1996, 180 pagine (disponibile anche in versione digitale)</p>
<p>Ho rischiato la vita. Alla mia età arrampicarsi su una scala è una scommessa (più a scendere che a salire). Ma l’ho dovuto fare: per qualche motivo che non ricordo tengo sugli scaffali più alti il Dizionario dei luoghi comuni di Gustave Flaubert, in varie edizioni (ho tirato giù il maneggevole Bur). Avete presente Umberto Eco che, richiesto del perché avesse varato La Nave di Teseo, rispose: “Perché si deve”?</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di nonno Santi</em></p>
<p><strong>Dizionario dei luoghi comuni</strong>, Gustave Flaubert,  Bur 1996, 180 pagine (disponibile anche in versione digitale)</p>
<p>Ho rischiato la vita. Alla mia età arrampicarsi su una scala è una scommessa (più a scendere che a salire). Ma l’ho dovuto fare: per qualche motivo che non ricordo tengo sugli scaffali più alti il Dizionario dei luoghi comuni di Gustave Flaubert, in varie edizioni (ho tirato giù il maneggevole Bur). Avete presente Umberto Eco che, richiesto del perché avesse varato La Nave di Teseo, rispose: “Perché si deve”? Ecco, la summa della stupidera composta da Flaubert deve essere consultata senza indugi. Come antidoto. Col vento di primavera le librerie stanno diffondendo un prodotto altamente tossico, presentato come “personalissima versione del Dizionario dei luoghi comuni”. Per esteso, l’etichetta recita: Giuseppe Culicchia, Mi sono perso in un luogo comune &#8211; Dizionario della nostra stupidità, Einaudi, febbraio 2016, pag. 234, euro 14,50. Si presenta come il castigamatti delle frasi fatte e dell’ottusità in cui staremmo affondando. Come diceva Arrigo Cajumi: “Che capolavoro sarebbe il Don Chisciotte se ci fosse giunto in frammenti”, che divertimento sarebbe il Culicchia se ci fosse giunto in pillole (quelle più rapide: non più di tre righe di testo). Purtroppo abbondano le riflessioni da mezza pagina e oltre, tutte mosse dallo stesso meccanismo: affermare, nell’incipit, una cosa e il suo contrario. Un movimento da automi del Settecento, al tempo dei robot. Auspico che prossime ristampe del Flaubert portino la fascetta: diffidate delle imitazioni (un luogo comune sacrosanto). E non vi cito una sola parola del suo Dizionario: sarebbe come “spoilerare” una appassionante fiction.</p>
<p><em>Dizionario Flobert: diffidare delle imitazioni</em></p>
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		<title>Il cinema al tempo di twitter</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2015 07:30:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Lo scaffale di Nonno Santi</p>
<p><strong>Cinema fabbrica di sogni</strong> di Arturo Lanocita, Carlo Signorelli Milano, 136 pagine + 64 tavole fotografiche, 650 lire.</p>
<p>Avete letto bene: 650 lire. Lanocita (1904-1983) era critico cinematografico del Corriere della Sera e pubblicò il saggio nel 1950. Il suo prezzo attuale</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di Nonno Santi</em></p>
<p><strong>Cinema fabbrica di sogni</strong> di Arturo Lanocita, Carlo Signorelli Milano, 136 pagine + 64 tavole fotografiche, 650 lire.</p>
<p>Avete letto bene: 650 lire. Lanocita (1904-1983) era critico cinematografico del Corriere della Sera e pubblicò il saggio nel 1950. Il suo prezzo attuale è trattabile su ebay, variando dai 25 euro a più di 100, per la prima edizione in buone condizioni. E’ nei miei scaffali da quando studiavo alle medie (regalo della professoressa Margherita Cajola al più cinemaniaco dei suoi studenti), m’ha fatto venire in mente di ricercarlo un articolo di Maria Pia Fusco sul Venerdì di Repubblica, intitolato “La fabbrica dei sogni” e dedicato al Centro Sperimentale di Cinematografia che nel 2015 compie 80 anni. Il libro di Lanocita si applicava invece a presentare la storia di tutto il cinema (e molta tecnica) all’infanzia, il suo sottotitolo è: Ragazzi, ecco la storia del film… Usciva in una collana divulgativa, che si presentava così: “I ragazzi d’oggi non sono peggiori di quelli di ieri, come certi pedanti moralisti vorrebbero. Sono ragazzi che vanno al cinematografo e leggono gli albi a fumetti, che si interessano di macchine e di motori e amano lo sport. Detestano le cose noiose e fuori della scuola non desiderano cose che ricordino loro la scuola”. Questa storia del cinema è rimasta eternamente “non noiosa”, anche se sulle cose che racconta si è deposta la polvere del tempo. Lanocita aderiva perfettamente al progetto editoriale di educare senza parere. E nella prefazione era preciso: “Del cinema, in questo libro, si racconta la vita soltanto a uso dei ragazzi. Si fa menzione dell’essenziale e ci si sofferma sui film e sui loro artefici quando abbiano un particolare interesse per i giovanissimi. E’ un rapido racconto, quasi una fiaba, la fiaba di uno dei più affascinanti prodigi del nostro tempo”. La sua forza sta proprio in questo: aver colto la magia del cinema come intrattenimento, qualunque sia il suo destino tecnico e commerciale. I tempi dello schermo come grande lenzuolo bianco non torneranno mai più ma le immagini in movimento non smetteranno mai di affascinare. Saperne di più sulla celluloide, al tempo di twitter, non fa male (soprattutto se lo strumento è agile come questo libro: poco più di 100 pagine illustratissime): abbiamo visto, a Miss Italia, che i ragazzi d’oggi hanno bisogno di schiarirsi le idee anche su un passato ancora caldo.</p>
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		<title>Chi se lo ricorda?</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Sep 2015 07:05:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di Nonno Santi</em></br><br />
<strong>Quando andiamo a casa?</strong> di Michele Farina, Bur, 430 pagine 13 euro.</br><br />
“Gli hanno chiesto di memorizzare tre parole: casa, pane, gatto. Dopo qualche minuto non le ricordava più. Tre innocue parole, il vuoto”. Si può raccontare una malattia come un romanzo? Si può, anzi l’hanno fatto in molti. Ma una malattia è un’infelicità, ed è vero che se le felicità si somigliano tutte, nessuna infelicità somiglia a un’altra. Non avesse altri meriti, già solo per questo il libro di Michele Farina è</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di Nonno Santi</em></br><br />
<strong>Quando andiamo a casa?</strong> di Michele Farina, Bur, 430 pagine 13 euro.</br><br />
“Gli hanno chiesto di memorizzare tre parole: casa, pane, gatto. Dopo qualche minuto non le ricordava più. Tre innocue parole, il vuoto”. Si può raccontare una malattia come un romanzo? Si può, anzi l’hanno fatto in molti. Ma una malattia è un’infelicità, ed è vero che se le felicità si somigliano tutte, nessuna infelicità somiglia a un’altra. Non avesse altri meriti, già solo per questo il libro di Michele Farina è appassionato e potente. Ho usato il termine romanzo, per la sua capacità di narrare: lui in realtà ha scritto un’inchiesta. Che tipo di reportage sia, lo dichiara il sottotitolo: Mia madre e il mio viaggio per comprendere l’Alzheimer. Un ricordo alla volta. Il libro è uscito in aprile, ne ho voluto rileggere alcune pagine dopo il 21 settembre, la giornata mondiale dedicata alla malattia che, come dice Farina, gli esseri umani li “svuota con il cucchiaino dell’uovo alla coque”. Lui ha visto la mente di sua madre entrare nel silenzio dell’universo molto prima che fosse il suo corpo a fare il grande salto. Il modo con cui Farina, da vent’anni giornalista del Corriere della Sera, affronta il problema, con la memoria personale e la testimonianza di pazienti, famiglie, medici, ci ricorda che la malattia dell’oblio, il morbo che ti lascia “senza il controllo del tuo corpo, del tuo film, che smonta e rimonta gli spezzoni, mescola le scene”, è esso stesso dimenticato dalla società, come fosse uscito dal radar delle istituzioni. Ma se vi ho dato l’impressione che sia un libro malinconico e recriminatorio, invece che vitale e battagliero, allora non mi sono spiegato bene.</p>
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		<title>Parole, parole, parole</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Sep 2015 16:09:28 +0000</pubDate>
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<p>Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato, Luca Mastrantonio, Marsilio, 240 pagine, 17 euro</p>
<p>Imperdibile. Epocale. A guardare questo serraglio di parole che impazzano impazzite vien voglia di esagerare ma il dizionario, in realtà, è, nel suo repertorio e nei capitoli, un libro di lettura vivacissima.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scaffale di Nonno Santi</p>
<p>Pazzesco! Dizionario ragionato dell’italiano esagerato, Luca Mastrantonio, Marsilio, 240 pagine, 17 euro</p>
<p>Imperdibile. Epocale. A guardare questo serraglio di parole che impazzano impazzite vien voglia di esagerare. Chi ha qualche anno di troppo ricorda certamente Franco Fochi (L’italiano facile, vi dice qualcosa?) e alcuni suoi epigoni (come Il mercabul, sul linguaggio giovanile). Il tempo li ha consacrati come fondamentali, per la conoscenza dei loro tempi. E’ il destino che attende questo Pazzesco! Il risvolto di copertina indugia molto sulla “denuncia” del conformismo, dell’apatia, persino dell’orrore (di certe parole insensate e trappolesche), ma il dizionario, in realtà, è, nel suo repertorio e nei capitoli, un libro di lettura vivacissima. E fondamentale per difendersi dall’abuso di un linguaggio sempre più prigioniero di logiche mercantili. L’ho ripreso dallo scaffale, dopo aver letto in estate la divertente rubrica del suo autore, sul Corriere della Sera, dedicata alle parole vintage (degli anni ’90) ma soprattutto perché mi ricordavo il suo distico d’apertura. Questo: Alla signora maestra Lina Frazzini. “Signorina! Prego”. La sottolineatura dell’omaggiata insegnante è già invecchiata: in questi giorni si è sentito l’esatto contrario (in tv), quel termine è stato rinnegato: “Signorina, lo dici a tua sorella” (in un talk show, la politica Picierno al politico Salvini). Non invecchierà, di certo, il libro, con il suo florilegio di Lato B, Adoro, Bimbominkia, Sapevatelo, Selfie, Stai sereno, Vaffanculo, Zombi (alcuni dei suoi 69 lemmi). Auspico molte ristampe, anche per potervi registrare al più presto nuove nascite. Anzi, per l’anagrafe dell’orrore verbale, segnalo subito: importante (il più reticente dei termini) e deportato (capisco che uno stipendio di 1.200 euro non risolve ma crea problemi, però non occorre aver visto, come me, i carri piombati per sorridere su un livello di sofferenza così deplorevolmente basso).</p>
<p><em>Parole, parole, parole</em></p>
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		<title>Un libro multitasking</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 11:09:22 +0000</pubDate>
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<p>Il terzo uomo, Graham Greene, Oscar Mondadori, 154 pagine 10 euro.</p>
<p>Le riviste femminili assicurano che il multitasking non si porta più. Peccato, perché ho tirato giù dallo scaffale il racconto di Greene proprio spinto, evidentemente fuori tempo massimo, da plurime pulsioni interattive: nel riaprire il libro (con un incipit memorabile: Non si può mai prevedere la caduta di un colpo) la mia testa era simultaneamente sintonizzata su non pochi contesti diversi e stimolanti. E di essi il testo letterario non è il</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scaffale di Nonno Santi</p>
<p>Il terzo uomo, Graham Greene, Oscar Mondadori, 154 pagine 10 euro.</p>
<p>Le riviste femminili assicurano che il multitasking non si porta più. Peccato, perché ho tirato giù dallo scaffale il racconto di Greene proprio spinto, evidentemente fuori tempo massimo, da plurime pulsioni interattive: nel riaprire il libro (con un incipit memorabile: Non si può mai prevedere la caduta di un colpo) la mia testa era simultaneamente sintonizzata su non pochi contesti diversi e stimolanti. E di essi il testo letterario non è il più importante. Non lo era neanche per l’autore: Greene lo pubblicò nel 1950, l’anno dopo che era uscito il film del quale aveva costituito soggetto e sceneggiatura (in sostanza, un antesignano dei libri derivati da film, com’è il caso, celebre, di Guerre stellari). Ecco, il film. La vera occasione del mio interesse: Il terzo uomo, che vidi in prima visione al cinema Alabarda di Trieste, è tra le sorgenti della mia passione per il cinema (insieme a Biancaneve e i sette nani, il primo film della mia vita, e al Barone di Muenchhausen, quello del 1943 con Hans Albers), e mi piace festeggiarne il ritorno sugli schermi, dal 27 agosto, in edizione restaurata (versione originale con i sottotitoli). Un ritorno strettamente legato agli anniversari che riguardano il protagonista: Orson Welles. Potete scegliere: o il centenario della nascita, 6 maggio 1915, o il trentennale della scomparsa, 10 ottobre 1985. In ogni caso, l’omaggio a un genio dell’arte del XX secolo. E qui corro il rischio di diventare retorico: dovrei, come fa Wikipedia, ricordare i risultati di eccellenza che Welles ottenne a teatro, al cinema, alla radio (nel 1938, con la “cronaca” dell’attacco marziano alla Terra). Preferisco rileggermi e rivedermi Il terzo uomo, meditando sulle parole di Graham Greene: “Il ruolo dello scrittore è quello di suscitare nel lettore la simpatia verso quei personaggi che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”. L’Orson Welles “villain” del Terzo uomo ne spiega con chiarezza il significato.</p>
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		<title>Perversioni Femminili</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 07:15:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Lo scaffale di Nonno Santi</p>
<p>Perversioni femminili - Le tentazioni di Emma Bovary, Louise Janet Kaplan , Raffaello Cortina Editore, 346 pagine 25 euro.</p>
<p>I cacciatori di testi, nello studiare strategie editoriali, hanno notato che oggi c’è grande richiesta di libri di cucina e psicologia. Dev’essere per questo che Cortina ha deciso di ristampare lo studio classico che Louise J. Kaplan (1929-2012) scrisse nel 1991. I cinefili lo apprezzeranno anche perché nel 1996 la regista Susan Streitfeld vi si era ispirata per il suo film Perversioni femminili, con Tilda Swinton. L’assunto della psicoanalista e scrittrice americana, che per le sue riflessioni parte dal romanzo di Gustave Flaubert, è esposto nelle prime righe: “Le immagini femminili e maschili originarie che trovano espressione nelle perversioni sono il riflesso degli ideali di femminilità e virilità che più vediamo esaltati. </p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scaffale di Nonno Santi</p>
<p>Perversioni femminili &#8211; Le tentazioni di Emma Bovary, Louise Janet Kaplan , Raffaello Cortina Editore, 346 pagine 25 euro.</p>
<p>I cacciatori di testi, nello studiare strategie editoriali, hanno notato che oggi c’è grande richiesta di libri di cucina e psicologia. Dev’essere per questo che Cortina ha deciso di ristampare lo studio classico che Louise J. Kaplan (1929-2012) scrisse nel 1991. I cinefili lo apprezzeranno anche perché nel 1996 la regista Susan Streitfeld vi si era ispirata per il suo film Perversioni femminili, con Tilda Swinton. L’assunto della psicoanalista e scrittrice americana, che per le sue riflessioni parte dal romanzo di Gustave Flaubert, è esposto nelle prime righe: “Le immagini femminili e maschili originarie che trovano espressione nelle perversioni sono il riflesso degli ideali di femminilità e virilità che più vediamo esaltati. Emma Bovary è resa schiava dagli stereotipi femminili che, nella società di cui faceva parte, costituivano l’ideale di femminilità. La vita di Emma Bovary e i destini delle donne che descriverò si svolgono su uno sfondo di perversioni tutte interne alle nostre istituzioni sociali più riverite: la famiglia, la Chiesa, la moda e la cosmesi, l’industria pornografica, i grandi magazzini… Noi ci accingiamo a scandagliare il mondo della perversione, a penetrare sotto la sua superficie e a mettere a nudo quanto di ingannevole vi si nasconde”.<br />
“Vaste programme” verrebbe da dire, rifacendosi all’elegante scetticismo del generale de Gaulle a proposito di progetti ambiziosi al confine dell’utopia. Ma le conclusioni di Kaplan (che esplora un campo vastissimo, dal feticismo alle mutilazioni, dal sadismo alla banalizzazione “del significato di libertà erotica”) hanno superato le barriere del tempo, anche al di là di qualche informazione invecchiata (di Histoire d’O dice che fu “presumibilmente scritto da una sconosciuta che si era ribattezzata Pauline Réage”). “Per una donna, anche oggi (per lei, la fine degli anni Ottanta del XX secolo), esplorare ed esprimere la pienezza della propria sensualità, delle proprie ambizioni, capacità emotive e intellettuali, responsabilità sociali, virtù di tenerezza, comporta innumerevoli rischi e una modificazione addirittura rivoluzionaria delle condizioni che la mortificano e la tengono prigioniera”. Era un’invettiva femminista e si sta rivelando una profezia: è la fotografia non sbiadita delle condizioni di milioni di donne, nel mondo globalizzato.</p>
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		<title>Il fumetto del prete</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2015 09:56:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Lo scaffale di Nonno Santi</p>
<p>Don Bosco che ride, Luigi Chiavarino, edizioni San Paolo 2015, 272 pagine 12,90 euro.</p>
<p>L’ho trovato in edicola (iniziativa editoriale di Famiglia Cristiana in occasione del bicentenario della nascita), ma è come se l’avessi tirato giù da un mio scaffale. Questo libro di aneddoti sul santo salesiano, stampato mentre nascevo, è stato il primo che ho letto in vita mia. Non occorre essere credenti per divertirsi: non per caso è arrivato a 31 edizioni in 80 anni. Mantiene le promesse enunciate dall’ultimo curatore, Eugenio Fornasari: “è l’unico libro, scritto da un contemporaneo del santo, che ancora corre tra le mani della gente. Non è......</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di Nonno Santi</em></p>
<p>Don Bosco che ride, Luigi Chiavarino, edizioni San Paolo 2015, 272 pagine 12,90 euro.</p>
<p>L’ho trovato in edicola (iniziativa editoriale di Famiglia Cristiana in occasione del bicentenario della nascita), ma è come se l’avessi tirato giù da un mio scaffale. Questo libro di aneddoti sul santo salesiano, stampato mentre nascevo, è stato il primo che ho letto in vita mia. Non occorre essere credenti per divertirsi: non per caso è arrivato a 31 edizioni in 80 anni. Mantiene le promesse enunciate dall’ultimo curatore, Eugenio Fornasari: “è l’unico libro, scritto da un contemporaneo del santo, che ancora corre tra le mani della gente. Non è racconto della sua vita o della società dei Salesiani, ma una sceneggiatura, un flashback, una fuga di sequenze”. E’ vero, è un vivacissimo docufilm, che ci restituisce anche il clima del fatale fine-secolo, visto con gli occhi di un energico, sanguigno don Camillo in carne e ossa (e chissà che anche Jorge Mario Bergoglio non sia un’incarnazione del sacerdote, in burrascoso ma stretto sodalizio con Peppone). Detto in politichese, il punto di vista è “clericale”: i moti del 1848 “preoccupano grandemente Don Bosco per il timore non infondato di gravi mali alla Chiesa” e il santo difende a spada tratta le ragioni della Roma papalina, al tempo di Porta Pia, ma sa farlo con arguzia. Invitato a brindare al re, a Cavour e a Garibaldi, alzò il calice gridando “Viva!” e riunendoli “sotto la bandiera del Papa, perché possano salvarsi l’anima!”. Ma la professione delle sue idee appartiene al suo tempo, le peripezie della vita sono immortali come frammenti di fiaba. C’è anche qualche bozzetto avventuroso, non indegno dei fumetti dell’Uomo Mascherato, coevo del libro e proprietario del lupo Diavolo. Accanto a Don Bosco compare Grigio, cane di razza non dichiarata, ma alto un metro, che molte volte lo toglie d’impaccio nei vicoli di Torino propizi agli agguati della malavita. Ecco perché questo libro, in cui quasi ogni racconto non supera la mezza pagina, mi è rimasto nel cuore: per me, Don Bosco è, a modo suo, un progenitore dei supereroi.</p>
<p><em>Il fumetto del prete</em></p>
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		<title>L’azione indegna e un&#8217;omertà che fa male</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2015 05:56:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Lo scaffale di nonno Santi</p>
<p>Lord Jim, Joseph Conrad, Garzanti, 365 pagine, 9,50 euro</p>
<p>Pochi giorni fa ho ripreso in mano il romanzo di Conrad (consiglio anche il film di Richard Brooks con Peter O’Toole, girato giusto 50 anni fa), e non per caso. Non credo sia necessario ricordarne la trama (tra le edizioni che ho in libreria ho scelto la Garzanti per la bella e didascalica copertina), mi rifaccio alle sinossi dei risvolti: “è forse il personaggio più popolare di Conrad; la sua figura, segnata dal mistero, tormentata dal rimorso di un'azione indegna e ansiosa di riscatto, è prossima al nostro sentire di moderni per l'umana debolezza che dimostra nel momento della verità” e anche...</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di nonno Santi</em></p>
<p><strong>Lord Jim</strong>, Joseph Conrad, Garzanti, 365 pagine, 9,50 euro</p>
<p>Pochi giorni fa ho ripreso in mano il romanzo di Conrad (consiglio anche il film di Richard Brooks con Peter O’Toole, girato giusto 50 anni fa), e non per caso. Non credo sia necessario ricordarne la trama (tra le edizioni che ho in libreria ho scelto la Garzanti per la bella e didascalica copertina), mi rifaccio alle sinossi dei risvolti: “è forse il personaggio più popolare di Conrad; la sua figura, segnata dal mistero, tormentata dal rimorso di un&#8217;azione indegna e ansiosa di riscatto, è prossima al nostro sentire di moderni per l&#8217;umana debolezza che dimostra nel momento della verità” e anche: “la verità e il giudizio umano, fra il coraggio e il dubbio, si alternano come onde di nebbia lungo tutto il romanzo”. L’ho ripreso il 31 maggio perché era il giorno in cui Clint Eastwood ha fatto 85 e Il Mattino di Padova ha intervistato un paio di fantasmi, compagni di scuola e di comitiva dello studente padovano morto finora in modo inspiegabile durante una gita scolastica a Milano. L’ho ripreso perché, che dio mi perdoni, ho pensato che ci vorrebbe un ispettore Callaghan, così poco politicamente corretto, per accelerare la ricerca di una verità da troppo tempo troppo nebbiosa (la sinossi dell’intervista ai fantasmi suona più o meno così: io non c’ero e se c’ero dormivo, e la loro sincerità ha lo spessore di una “velina”), tale da trasformare in tragico errore (come fu “l’azione indegna” di Lord Jim) la scelta del silenzio. Non so se viviamo in epoca tale da aver forgiato l’immediato tornaconto individuale come unico valore spendibile (quasi un mese di silenzio di un gruppo di sodali, al tempo della connessione continua, ha solo questo significato, nel gruppo, in gran parte inconsapevole, c’è qualcuno che vuol sfangarla in nome del prestigio garantito dal liceo), so che ai tempi di Conrad questo voleva dire un segno tormentoso e incancellabile. Non è che ai giorni nostri diventerà, tra non molto, solo la didascalia di un selfie?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>L’azione indegna e un&#8217;omertà che fa male</em></p>
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		<title>Il falso è vero</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2015 09:33:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di Nonno Santi</em></p>
<p><strong>Fra arte e rivoluzione</strong>, Letizia Argenteri e Tina Modotti, editore Franco Angeli, Milano 2005, 320 pagine, 40 fotografie, 31,50 euro</p>
<p>&#160;</p>
<p>Studio ponderoso, fittissimo di note, con bibliografia sterminata e curatissimo indice analitico, la ricerca della professoressa Argenteri affida la sua originalità al tentativo di “separare il mito dalla realtà” a proposito della leggendaria figura di Assunta Adelaide Luigia “Tina” Modotti (1896-1942). Informatissimo e accademico, soavemente noioso. L’ho ripreso dallo scaffale, spinto, per così dire, da una catena di libere associazioni. Ho subito pensato a Tina, leggendo</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lo scaffale di Nonno Santi</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Fra arte e rivoluzione</strong>, Letizia Argenteri e Tina Modotti, editore Franco Angeli, Milano 2005, 320 pagine, 40 fotografie, 31,50 euro</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Studio ponderoso, fittissimo di note, con bibliografia sterminata e curatissimo indice analitico, la ricerca della professoressa Argenteri affida la sua originalità al tentativo di “separare il mito dalla realtà” a proposito della leggendaria figura di Assunta Adelaide Luigia “Tina” Modotti (1896-1942). Informatissimo e accademico, soavemente noioso. L’ho ripreso dallo scaffale, spinto, per così dire, da una catena di libere associazioni. Ho subito pensato a Tina, leggendo su Repubblica e Corriere della Sera una sciatta rievocazione della celebre foto del miliziano morente, nella guerra di Spagna. Scatto controverso, anche nell’attribuzione: l’autore è considerato Robert Capa, ma c’è chi ritiene che la macchina fotografica fosse in mano a Gerda Taro. Nelle rievocazioni che ho letto lei viene presentata come “una ragazza che era lì con lui”. Persino Wikipedia, di cui atavicamente diffido, appare più informata a proposito dei rapporti umani e professionali fra Robert Capa e Gerda Taro. Comunque li ho associati al ricordo di Tina, anche lei presente in Spagna, con Vittorio Vidali, e, con il libro tra le mani, ho associato la celebre foto a quella che sta spopolando in rete, la bambina, dall’irresistibile smorfietta impaurita, che si arrende alla fotocamera. Insomma, ho divagato. Perché sulla foto del soldato che cade all’indietro, colpito a morte, pesa il sospetto d’essere un fake (c’è chi sostiene che, nel rullino, fotogrammi successivi lo mostrano rialzarsi). Bene, io spero, ardentemente spero che sia falsa anche la foto della bambina spaventata, in punta di lacrimoni. Spero che il fotografo l’abbia convinta con un dolcetto o un giocattolo. Non vorrei essere frainteso: la foto resta bellissima, se c’è da premiarla premiamola, ma non dimentichiamo che la forza di un simbolo fotografico non ha niente a che fare con la verità del procedimento. Chi ha anche meno della mia età, ricorda che la foto emblematica dell’alluvione di Firenze fu, sull’Europeo, il drammatico rogo dei cavalli annegati. Ma erano un paio di povere carcasse usate da Gianfranco Moroldo, che ne trasse un’immagine significativa e indimenticabile. E sulle macerie di bombe e terremoti, i fotoreporter dispongono talvolta in bella vista bambole, per sottolineare dramma e struggimento. Ho rimesso al suo posto Tina Modotti. Convinto, attraverso questa ornata divagazione (i miei amici lo sanno: per me l’arabesco è la linea più breve tra due punti), e nel clima pasquale in cui sono immerso, che le emozioni forti non hanno bisogno dell’atroce realismo di certi “documenti”. La fantasia segna il confine tra la civiltà e la barbarie.</p>
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